“E se i giusti fossero solo dieci?” Omosessualità e dintorni

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Nella locandina del film “I segreti di Brokeback Mountain” Heath Ledger (Ennis Del Mar) e Jake Gyllenhaal (Jack Twist)

L’argomento è di attualità. Non voglio sottrarmi dal parlarne e dare una risposta a quanti mi hanno chiesto un parere personale. Anzitutto desidero presentare la suddivisione del post: l'”indice” è costituito dai link che portano direttamente ai vari temi sviluppati. Comunque è possibile scaricare l’intero documento in formato pdf seguendo questo link.

  1. Introduzione
  2. 1. A mò di prefazione
  3. 2. Giustizia biblica
  4. 3. Problematiche attuali
  5. 4. Il pregiudizio sulla Chiesa cattolica
  6. 5. Le unioni
  7. Conclusioni

Introduzione

Poiché sono ben note le dinamiche della consultazione web (rapidità di accesso e conseguente riduzione del tempo di lettura degli articoli) e immagino che chi sia arrivato in questa pagina prema subito per la risposta, non faccio attendere oltre: sono personalmente propenso ad ammettere un riconoscimento giuridico delle unioni tra persone dello stesso sesso. Ciò detto mi preme aggiungere una precisazione di non poco conto: sono propenso con lo stesso cuore del padre della parabola del figliol prodigo (di cui ho scritto qualcosa qui).

Le scelte difficili del padre della parabola

Il padre della parabola è praticamente già morto nel cuore del figlio minore, quando questi gli chiede la parte di patrimonio che gli spetta per eredità. Al ragazzo non interessano ragioni, sa cosa vuole e non esita a considerare il padre un mero esecutore testamentario pur di attuare il suo piano. D’altra parte il padre sa bene di compiere un gesto inusuale, che mette a repentaglio il patrimonio familiare ma soprattutto la vita del figlio, un gesto dagli esiti incerti, imponderabili, un gesto che in cuor suo il padre non può approvare (almeno per via della cultura di cui è intriso), ma al quale non riesce ad opporsi per via dell’amore che prova per suo figlio. E lo compie nonostante la consapevolezza del dispiacere che avrebbe causato all’intera famiglia, in particolare a quel figlio maggiore che mai si era allontanato da casa e che sempre lo aveva servito e che al ritorno del fratello giudica “quel tuo figlio” un indegno sperperatore.

Pure la Chiesa, con il suo insegnamento, è praticamente già morta, nel cuore dei tanti figli piccoli che esigono la parte di patrimonio che spetta loro. Perché non bisogna dimenticare che l’amore fa parte del patrimonio della Chiesa, come la fraternità, l’unità, la concordia; e ne fa parte anche tutta la mentalità intorno al matrimonio che si è sviluppata durante i secoli, come la fedeltà e la fecondità. Così può accadere che alcuni figli reclamino “la parte di patrimonio” che considerano di loro diritto, pur senza esserlo. Un giorno, quando della Chiesa non ci sarà più bisogno e finalmente Dio sarà tutto in tutti, il patrimonio della Chiesa sarà distribuito ad ogni membro dell’umanità in modo equanime, senza distinzione di sesso, genere, inclinazioni o altro. Oggi può al più essere considerato un anticipo, in qualche caso reclamato persino da qualcuno che intende spenderlo come meglio crede.

Il padre della parabola avrebbe potuto negare al suo figlio questa possibilità. Non sarebbe stato biasimevole, nessuno avrebbe potuto rimproverarlo di privare il suo figlio minore di qualche diritto. Anzi sarebbe stato giudicato coerente verso la famiglia e giusto nei confronti della legge. Invece egli si pone nella condizione di essere vulnerabile e reprensibile e di esporre suo figlio ai pericoli di una vita da “dissoluto”. Se non vi fosse una ragione superiore nella stessa natura della paternità, dovremmo ammettere che quel padre si è comportato irrazionalmente e irragionevolmente. Forse la parabola, applicata ai nostri giorni, ci obbliga a ripensare il nostro modo di essere Chiesa in mezzo alle donne e agli uomini che ci interrogano e ci chiedono un supplemento di fede, di amore e di speranza.

Lungo post in 5 parti

A partire da – supponendo e mai dando per scontata – la prospettiva evangelica del padre della parabola, vorrei affrontare la questione su omosessualità e unioni legalmente riconosciute suddividendo la trattazione in cinque parti. Se non avete il tempo di leggere il post nella sua interezza, al termine di ogni singola parte troverete un riassuntino; oppure saltate direttamente alle conclusioni.

Ovviamente tutto rispecchia il mio pensiero, ma più salti farete meno vi saranno chiare le affermazioni che ritengo frutto di un’analisi documentata, rispettosa e attenta. Del resto il post si compone di oltre 18000 parole, di qualche decina di link (in proposito vi prego di segnalarmi se qualche link è inesatto, inesistente o cambiato) e di svariati riferimenti bibliografici; non tanto, considerato l’argomento.

Nella prima parte, quasi una prefazione, presento la difficoltà che potrebbe nascere affrontando senza onestà intellettuale un tema tanto caldo e faccio due precisazioni intorno alle mie intenzioni nel presentare la dottrina della Chiesa.

La seconda parte si sofferma sulla giustizia biblica: richiamo alcuni brani della Scrittura per evidenziare in che modo Prima e Seconda Alleanza affrontano l’argomento dell’omosessualità e ne rilevano la distanza dal disegno amorevole di Dio, al pari di tanti altri peccati; ma è doveroso ricordare che non esistono peccati imperdonabili.

Con la terza parte tratto con una certa ampiezza alcune problematiche attuali; non ci si può nascondere, infatti, che nell’ambito dei moderni movimenti omosessuali si riscontrino alcune problematiche che vanno affrontate con lucidità: quelle relative alle teorie del gender e quelle intorno alla pedofilia e all’efebofilia.

La quarta parte affronta il pregiudizio sulla Chiesa cattolica che spesso si presenta in modo autoritario e non autorevole, assolutista e non pastorale, chiudendo di fatto le porte a quanti pur vivendo condizioni esistenziali difficili e conflittuali, sono alla ricerca di Dio: “E se i giusti fossero solo dieci?”.

Nella quinta parte rifletto sulle unioni tra persone dello stesso sesso, che si pongono a livello di “contratto” non potendo mai aspirare ad ottenere un riconoscimento sacramentale e certamente non riuscendo ad equiparare a livello culturale il “matrimonio naturale”. Si tratta, a mio avviso, di un artificio giuridico che sembra riuscire a dare ad alcune persone la sensazione di “non distinguersi” più dagli altri, di essere come tutti.

Cerco, infine, di raccogliere una sintesi di quanto detto nelle conclusioni.

Quadro di riferimento e intenzioni

La pubblicazione di questo post è temporalmente (con una lunga attesa) successiva alla mia riflessione (filosofica) sulle teorie del gender (qui). In realtà l’avrebbe anche preceduta, ma come spiegato più estesamente nell’altro post, mi sembrava importante dare il giusto spazio alla comprensione del background contemporaneo e ad alcuni suoi punti problematici. Di fatto i due post si richiamano e si implicano, tanto che ritengo improbabile una completa comprensione dell’argomento senza la lettura di entrambi.

I rapidi sviluppi degli studi e dei movimenti sociali (tra i quali includo qui pure il pensiero sociale della Chiesa) a volte rendono obsolete le considerazioni più contingenti. Un esempio è dato dall’esame della legge sulle unioni civili in discussione presso il Parlamento italiano in questi giorni. Alla data in cui scrivo risulta essere in predicato persino la denominazione (“unioni civili”), che in altri contesti era giunta a diventare sinonimo di “matrimoni gay” e che ora pare legalmente attestarsi in una più asettica “formazioni sociali specifiche”.

Per quanto mi riguarda, intendendo non tanto scrivere un articolo di carattere giornalistico ma esporre il mio pensiero motivandolo e spiegando le ragioni che lo sostengono, sto tenendo fede alla struttura iniziale del post, risalente all’ottobre di un anno fa. Del resto contro chi avesse intenzione di contestare un post col timore che nasca già vecchio, posso anche argomentare che io sono sempre più vecchio di quello che scrivo.