Ritiro di Avvento all’Almo Collegio Capranica

Il 28-29 novembre 2025, su invito del Rettore, ho predicato il ritiro di Avvento dell’Almo Collegio Capranica. Qui il testo delle meditazioni.

Il silenzio. Omelia di Compieta
Le ultime cose. Prima meditazione
Dio vi ha chiamati… Seconda meditazione

Dio vi ha chiamati
per il possesso della gloria del Signore nostro Gesù Cristo

(2Ts 2,14)

Il silenzio

Omelia di Compieta

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Più che introdurre il tema del Ritiro, con la preghiera di Compieta vorrei introdurre brevemente il tema del silenzio. Già in questo si rivela il paradosso di un ritiro: se per introdurre il tema del silenzio se ne deve parlare, allora significa che silenzio e parola vanno insieme e non si spiegano l’uno senza l’altra.

Penso di non essere l’unico a rimanere colpito dal racconto della creazione nella Genesi. L’atto creativo di Dio irrompe come parola che spezza il silenzio (Gn 1,3). Il silenzio assoluto, oltre i confini della nostra immaginazione, è stato la culla della creazione.

Consigliandovi di serbare il silenzio durante questa giornata di ritiro sono consapevole che non può nemmeno lontanamente essere messo a confronto con il silenzio assoluto della creazione. Mi piace però ricordare che in quel silenzio si è svolto l’atto creativo di Dio. Il silenzio che possiamo mantenere durante il ritiro assume il carattere di una preghiera: parla, Signore, il tuo servo ti ascolta (1Sam 3,10)! Parla tu, Signore, e crea ancora una volta in me un cuore nuovo, uno spirito nuovo (Ez 36,26).

Di più: il libro della Sapienza ricordando la notte dell’esodo (Sap 18,14) menziona il silenzio. È silenzio di attesa, l’attesa della liberazione. Il popolo mangia rapidamente la sua pasqua e nel silenzio che avvolgeva tutte le cose, silenzio profondo ci tiene a precisare il testo, la parola onnipotente si lancia in mezzo alla terra. In questo modo la scrittura ci ricorda che non solo il silenzio è possibile, ma che il silenzio caratterizza coloro che attendono e si lasciano sorprendere dallo slancio liberante della parola onnipotente, parola che può tutto. Perciò anche noi, in silenzio, siamo costretti a confrontarci con l’attesa, quasi fosse una domanda: sei in attesa di cosa? Che liberazione stai aspettando?

E poi c’è il silenzio implicito che incontriamo nel vangelo. È il silenzio di Giovanni il Precursore, il quale, in silenzio tutta una vita, compare all’improvviso come voce che grida nel deserto per dare le istruzioni relative all’accoglienza del Messia (Mt 3,3). Il deserto, dove il silenzio è parte dell’insieme, diventa inizio di nuova vita.

Parola creatrice che viene detta, parola onnipotente che viene lanciata, parola nel deserto che viene gridata. Il silenzio non è una sepoltura ma un luogo abitato, è il luogo abitato dalla parola che quando viene detta, lanciata, gridata da Dio diventa buona notizia.

Così il silenzio che accompagnerà questa giornata di ritiro diventi per noi manifesta disponibilità a lasciarci convertire e a credere nella buona notizia di Dio.

La ultime cose

Prima meditazione

(scarica pdf • scarica Trattato del Purgatorio)

Ieri sera concludevo la mia breve omelia pensando alla buona notizia di Dio. Lo dico anzitutto per ricordarlo a me, poi anche per ricordarlo a voi che mi ascoltate: nessuna predicazione di qualsiasi cristiano è valida se non porta una buona notizia. Non una buona notizia qualsiasi, ma la buona notizia di Dio.

In questa prima meditazione voglio fermarmi un po’ con voi sul significato della buona notizia dell’avvento. Nella seconda meditazione vorrei invece darvi qualche spunto per inquadrare il tema dal punto di vista morale e spirituale.

Carattere escatologico dell’avvento

La fine di un anno liturgico e l’inizio del nuovo anno con l’avvento ci propongono letture dal tono apocalittico. Ne abbiamo prova con quelle del giorno odierno e – quasi senza soluzione di continuità – con quelle di domani, prima domenica di avvento.

L’avvento, pur rappresentando l’inizio di qualcosa (vedi la liturgia), lo fa mostrando la fine di un’altra cosa: la storia, qualsiasi cosa significhi.

Quindi, ad essere precisi, l’avvento ha un carattere propriamente escatologico. Ci pone cioè in diretta relazione con le ultime realtà. Nonostante sia l’inizio di un anno liturgico, nonostante culmini con la celebrazione del Natale del Signore inizio della nostra redenzione, l’avvento ci proietta verso ciò che ci attende alla fine.

Un tempo la predicazione escatologica, o alla latina dei novissimi, era parte integrante di qualsiasi ritiro o esercizio spirituale. Nel repertorio dei migliori predicatori non poteva mancare una meditazione sui novissimi, sulle ultime realtà. L’effetto finale è stato spesso un effetto caricaturale.

Dal lato opposto, in tempi recenti si avverte l’insofferenza verso i temi ultimi non solo nell’ambiente laico, come è da attendersi, ma anche nella stessa predicazione religiosa. Morte, giudizio, paradiso, inferno: argomenti non facili da accettare, non affrontati forse per non turbare la sensibilità individuale. E spesso non affrontati bene.

Tanto che non è così imprevedibile che qualcuno domandi o si chieda: dov’è la buona notizia di Dio dentro i novissimi, nell’escatologia anche un po’ apocalittica della scrittura, e in definitiva nell’avvento?

Poiché questo ritiro serve a prepararci all’avvento è dunque il momento migliore per dare una risposta. Ho pensato di chiedere aiuto ad una santa, Caterina da Genova (1447-1510). Una santa complicata, la cui biografia non riscuoterebbe molto successo ai giorni nostri. Praticamente contemporanea di Cristoforo Colombo (1451-1506), il navigatore e la santa sono nati e hanno abitato a pochi metri l’uno dall’altra, tanto che non è difficile pensare che da bambini si siano conosciuti e abbiano pure giocato insieme. Uno partirà alla scoperta dell’America. L’altra partirà alla scoperta del Purgatorio.

In passato la sensibilità popolare è stata molto colpita dall’anoressia della santa. Faceva digiuni frequenti e prolungati soprattutto in occasione delle quaresime (al suo tempo ce n’erano parecchie), mangiando pochissimo durante il resto dell’anno. Chiunque altro sarebbe morto senza mangiare tanto a lungo, la santa invece conduceva una vita normale, anzi decisamente attiva per gli standard di una persona anoressica. Per queste caratteristiche particolari, l’anoressia della santa è stata considerata un segno di intervento divino.

Mi piacerebbe foste tutti ricordati e venerati un giorno come santi. Però prego il buon Dio che non vi faccia fare le stesse stranezze di santa Caterina da Genova. Si inventerà lui altre stranezze, ma per carità l’anoressia no!

L’opera più conosciuta di santa Caterina da Genova è Il trattato del Purgatorio (TdP). Frutto di una esperienza mistica durante la quale la santa racconta di trovarsi posta nel Purgatorio de l’affocato (infuocato) amore di Dio (TdP, Introduzione).

Il Purgatorio non fa parte delle ultime cose. Ma come la cerniera di una zip il Purgatorio accosta e ricuce il presente al futuro della storia. E ho trovato che alcune ispirazioni della santa ci possono aiutare nel percorso del nostro ritiro.

Il fuoco d’amore

La prima ispirazione, comune ai mistici, è l’esperienza diretta e immediata dell’amore di Dio. Fin dalle prime battute del suo Trattato, santa Caterina parla di questo amore come di un fuoco che brucia e che purifica tutto ciò che è da purificare.

Tra i molteplici riferimenti all’immagine del fuoco nella scrittura mi soffermo su tre in particolare. Il fuoco è l’immagine con cui Dio si manifesta a Mosè (Es 3,2) e allo stesso popolo di Israele (Es 13,21). Secondo Giovanni il Precursore Gesù porta un battesimo di Spirito Santo e fuoco (Mt 3,11). San Paolo usa l’immagine del fuoco per descrivere esattamente le ultime cose, “quando si manifesterà il Signore Gesù dal cielo con gli angeli della sua potenza in fuoco ardente” (2Ts 1,7-8).

Attraverso l’immagine del fuoco gli autori sacri vogliono evocare l’irresistibile densità dell’amore trinitario di Dio nei confronti della sua creatura. Dio è infiammato nel suo più intimo dentro da un fuoco di amore che ovunque arriva scalda, illumina, purifica, e mentre brucia non fa male a nessuna creatura. Anzi è il fuoco di un Padre che dialoga con la sua creatura e la guida nella vita; è il fuoco di una missione da compiere che brucia dentro senza consumare, alimentato di continuo dallo Spirito Santo; è il fuoco di un Signore che vuole la sua creatura, l’intera creazione tutta per sé, pura come egli è puro.

Vorrei che da questo breve quadro dell’amore trinitario traessimo lo stesso spunto di riflessione e contemplazione che fu di santa Caterina da Genova. L’amore, inteso in senso biblico e mistico, non è riducibile all’aspetto sentimentale-emotivo a cui siamo abituati a pensare noi, figli del romanticismo ottocentesco. Per la scrittura e per l’esperienza dei santi l’amore è un verbo più che un sostantivo, è un agire transitivo più che un sentire intimistico. In tal modo per l’esattezza, amare – in senso biblico ma pure in senso proprio – si deve tradurre con l’espressione “fare il bene di qualcuno”.

Purché si comprenda che le condizioni di questo “amore-fare il bene di qualcuno” rivelate da Dio sono quattro:

  1. fare il bene di qualcuno: nulla di intimistico, non la ricerca di un appagamento emotivo, ma la concreta uscita da sé verso l’altro; il credente è uno che – ad imitazione di Dio – si sveglia al mattino e si chiede “oggi cosa posso fare di bene alle persone che incontrerò?”
  2. fare il bene di qualcuno facendolo bene: qualcuno attribuisce l’espressione “non basta fare il bene, bisogna anche farlo bene” a Denis Diderot, altri a san Giovanni Bosco; sia come sia, sappiamo che il Bene – Dio – si presenta sempre in una forma ordinata e perfetta
  3. fare il bene di qualcuno facendolo sempre: un “amore a termine” non esiste, nessuno dice “ti amerò fino a una certa data”; anzi normalmente l’amore “è per sempre”
  4. fare il bene di qualcuno facendolo sempre meglio: nessun giorno è uguale ad un altro, nessuna persona nel tempo resta la stessa; il bene fa crescere, bonifica e richiede sempre ulteriori espressioni bonificanti, come nota acutamente santa Caterina da Genova nella sua visione del Purgatorio

Nella cornice del nostro avvento vi invito a soffermarvi davanti alle ultime cose immerse nell’amore di Dio, nel fuoco trinitario che è la sua irresistibile volontà di bene per ogni creatura. Mi piace pensare che quest’anno la buona notizia dell’avvento è che saremo un po’ più sensibili nel cogliere il bene che Dio ci vuole attraverso il bene che Dio ci fa.

Gioia, cifra dell’operare di Dio

Santa Caterina osserva che nel Purgatorio si trova una gioia inferiore solo a “quella dei santi del Paradiso. E ogni giorno questa contentezza cresce, per l’influsso di Dio in esse anime, il quale va crescendo, siccome va consumando l’impedimento dell’influsso” (TdP, II,1), cioè la ruggine del peccato. Quindi la purificazione è essa stessa gioia. L’avvento, il quale possiede una certa caratteristica di purificazione, diviene perciò incomprensibile senza quella che potremmo definire l’esperienza della gioia.

La vita quotidiana ci fornisce diversi esempi per comprendere questo semplice concetto. Immaginiamo di recarci in visita da una persona e di accorgersi, sulla soglia di casa prima di suonare il campanello, di avere qualcosa fuori posto o una macchietta sulle scarpe. Istintivamente prima di suonare il campanello cercheremmo di sistemare la cosa fuori posto o di rimuovere la macchietta sulla scarpa, perché nulla turbi la bellezza dell’incontro.

L’esempio che ho fatto, trasposto nella vita liturgica e spirituale della Chiesa, soffre di un grave difetto. Lascia intendere in qualche modo che l’artefice della purificazione sia il soggetto da purificare. Nella vita liturgica e spirituale della Chiesa questo non è vero. L’Artefice, il principio e la fine di ogni operazione e di ogni cosa, anche della nostra purificazione, è sempre il Dio trinitario, il quale prova gioia nel beneficare la sua creatura.

Non dobbiamo però correre il rischio di semplificare cadendo in un ingiustificato fatalismo, come se la nostra partecipazione fosse banalmente una passiva accettazione delle operazioni divine. Anzitutto perché non siamo già in Purgatorio, ma ci muoviamo ancora sulla scena di questo mondo dove l’intera creazione è riflesso della gioia creatrice di Dio. Quindi perché anche il gusto della gioia va imparato ed educato e l’apprendimento, l’educazione appartengono alla nostra natura umana.

San Paolo VI scrisse una monumentale esortazione apostolica sulla gioia cristiana (Gaudete in Domino). E sottolineò che

Ci sarebbe bisogno di un paziente sforzo di educazione per imparare o imparare di nuovo a gustare semplicemente le molteplici gioie umane che il Creatore mette già sul nostro cammino: gioia esaltante dell’esistenza e della vita; gioia dell’amore casto e santificato; gioia pacificante della natura e del silenzio; gioia talvolta austera del lavoro accurato; gioia e soddisfazione del dovere compiuto; gioia trasparente della purezza, del servizio, della partecipazione; gioia esigente del sacrificio. Il cristiano potrà purificarle, completarle, sublimarle: non può disdegnarle. La gioia cristiana suppone un uomo capace di gioie naturali. Molto spesso partendo da queste, il Cristo ha annunciato il Regno di Dio [I].

https://www.vatican.va/content/paul-vi/it/apost_exhortations/documents/hf_p-vi_exh_19750509_gaudete-in-domino.html

Anche qui mi piace pensare che la buona notizia dell’avvento che ci attende sia quella di imparare o imparare di nuovo a gustare con semplicità le gioie umane. Con una avvertenza: senza trasformarsi in avidi egoisti. Il santo pontefice nella sua esortazione individua chiaramente un elemento distintivo della gioia cristiana, mutuandolo esattamente dal Natale del Signore. L’annuncio degli angeli ai pastori riguarda senz’altro loro in prima persona, ma “nessuno è escluso dalla gioia portata dal Signore. La grande gioia annunciata dall’Angelo, nella notte di Natale, è davvero per tutto il popolo (cfr Lc 2,10)” [III].

Del resto la condivisione della gioia è parte integrante della gioia stessa. Come non può esistere una gioia che non sia condivisa, così non è vera gioia quella di chi la pensa solo per sé. In aggiunta, c’è qualcosa che riguarda specialmente coloro che svolgono un apostolato nella Chiesa. Scrivendo ai corinzi, san Paolo definisce se stesso e gli evangelizzatori “collaboratori della vostra gioia” (2Cor 1,24). Traccia così un programma pastorale ben preciso, dove la gioia di coloro che sono raggiunti dalla buona notizia di Dio rientra tra i compiti missionari.

Per questo immagino che il prossimo avvento sarà compiuto nella gioia: quella ri-creatrice di Dio che opera la nostra purificazione, quella del gusto delle piccole gioie quotidiane, quella soprattutto di collaborare alla gioia di tutto il popolo.

Trasformarsi in Dio

La terza ispirazione di santa Caterina nel suo Trattato ha a che fare con un tema che molti grattacapi ha dato in passato ai censori ecclesiastici del Sant’Uffizio. Immaginate nel seicento quali turbamenti potessero scuotere i monsignori di curia quando leggevano che nelle anime che si purificano cresce la consapevolezza “di doversi trasformare in Dio” (XIII,4).

La santa ovviamente si riferisce al Purgatorio. Qualche secolo prima fu Dante Alighieri a coniare un neologismo che compare solo in Paradiso IV,28: il verbo indiarsi. Il quale esprime non tanto la prossimità delle anime con Dio, quanto la loro unione con lui fino al punto di essere una cosa sola. Del resto l’apostolo Giovanni ricorda le parole della preghiera di Gesù: “Padre, io in loro e tu in me” (Gv 17,23) che fanno eco a quelle un po’ misteriose, ma non meno provocatorie, ricordate nel capitolo 10,34: “Non è forse scritto nella vostra Legge: «Io ho detto: voi siete dei»?”.

San Paolo ha compreso e tradotto questo concetto in modo da non ferire troppo la sensibilità dei lettori: “Noi tutti, a volto scoperto, riflettendo come in uno specchio la gloria del Signore, veniamo trasformati in quella stessa immagine, di gloria in gloria, secondo l’azione dello Spirito del Signore” (2Cor 3,18). Non è inutile ricordare che “gloria” è uno dei termini con i quali un pio ebreo protegge il nome benedetto di Dio.

La buona notizia di Dio è che Dio ci ha chiamati a possedere la gloria del Signore nostro Gesù Cristo (cfr 2Ts 2,14), ad indiarci, a trasformarci in lui. Si tratta di una buona notizia la cui verità fa tremare le vene ai polsi, se ci riflettiamo con attenzione. Ogni nostra imperfezione, ogni nostro peccato, ci sembreranno gravosi. Sentiremo il peso della nostra incapacità di liberarci dai nostri vizi. Ma al tempo stesso siamo ricolmi di orgoglio, non siamo nemmeno più confusi dalla nostra imperfezione, esultiamo per l’amore di Dio che ci purifica, che ci riempie di consolazione, di speranza, di gioia secondo l’azione dello Spirito Santo. Di quale azione si tratti lo sappiamo leggendo i Padri.

Nella liturgia delle ore romana ripetiamo un verso dell’inno attribuito ad Ambrogio Splendor paternae gloriae dove troviamo l’invito a bere lieti la sobria ebrezza dello Spirito. Pur non in modo letterale, l’attestazione più sicura del pensiero di Ambrogio è contenuta nell’Explanatio Psalmi 1,33:

qui biberunt in typo satiati sunt, qui biberunt in ueritate inebriati sunt. bona ebrietas, quae infunderet laetitiam, non afferret confusionem; bona ebrietas, quae sobriae stabiliret mentis incessum; bona ebrietas, quae uitae munus rigaret aeternae.

Coloro che bevvero nella figura furono saziati; coloro che bevvero nella verità furono inebriati. Buona ebbrezza, che infonde gioia e non reca confusione; buona ebbrezza, che rende stabile il cammino di una mente sobria; buona ebbrezza, che irriga il dono della vita eterna.

Le immagini bibliche saziano, ma la verità inebria. Si tratta di una ebbrezza buona: lo Spirito riempie di gioia, non di confusione; rende stabile il cammino della mente sobria e irriga il dono della vita eterna.

Il Signore ci conceda durante il tempo di avvento di sentire e gustare interiormente la buona notizia di Dio – che cioè dobbiamo trasformarci in lui, secondo le parole di santa Caterina –, accogliendo lo Spirito che ci trasforma nella stessa immagine di Gesù rendendoci simili a Dio e riconoscendolo presente nell’ebbrezza di chi sa di essere destinato alla vita senza fine.

Dio vi ha chiamati…

Seconda meditazione

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Sapete qual è la sintesi di ogni ritiro, degli esercizi spirituali, di ogni predicazione nella Chiesa?

La racconterete voi stessi lunedì quando tornerete alle vostre attività solite. Qualcuno, sapendo che avete fatto il ritiro di avvento, vi domanderà: “Cosa ha detto il predicatore?”. E voi risponderete: “Ci ha detto di essere più buoni”. Non può dirvi molto di più, uno che predica la buona notizia!

A me piacerebbe saperlo dire sempre con grande semplicità: dobbiamo essere buoni, dobbiamo essere più buoni. Vi racconto un aneddoto personale. Tempo fa sono stato sottoposto a un lungo intervento chirurgico. Io ho vaghi ricordi, ma mi hanno riferito che al risveglio dicevo agli infermieri: “Siate buoni”. Tra le nebbie dell’anestesia ricordo solo la risposta in romanesco di un operatore sanitario mentre mi trasportava fuori dalla sala operatoria: “A revere’, noi semo bboni” (reverendo, noi siamo buoni).

Questo per dire: non preoccupatevi, lo so già, voi siete buoni!

In questa seconda meditazione cercherò di stuzzicarvi a riflettere: buoni a cosa?

… a servire…

Senza girarci troppo attorno. Se come credenti non siamo buoni-a-servire non siamo né servi né buoni. Lo Spirito Santo in azione che abbiamo osservato nella prima meditazione trasformarci nell’immagine del Signore Gesù di gloria in gloria farà solo questo in noi: ci spingerà a servire, ci insegnerà a servire, ci farà assomigliare al Servo di Jhavè. Con letizia, con sobria ebbrezza, con mente stabile. Ma servire. Mentre ci fa crescere nella gloria ci trasforma nell’immagine del servo.

Lo ripeto. Se come credenti non siamo buoni-a-servire non siamo né servi né buoni. E quindi abbiamo sostanzialmente fallito la nostra missione personale.

Il rischio del fallimento c’è, lo sappiamo. Possiamo fare l’assicurazione sulla vita, ma non possiamo fare l’assicurazione sulla vita spirituale. Se qualcuno fallisce non avrà un risarcimento danni. Nessuno però si aspetta di fallire, tutti ci aspettiamo il successo. Torna il tema dell’attesa. Attesa carica di aspettative. Il nostro futuro, il successo del nostro apostolato, il successo della nostra attività pastorale, persino il successo della nostra collocazione eterna si nutrono delle nostre aspettative. Ma quale sarebbe il contenuto di queste aspettative? È un contenuto valido? Per questo vorrei sgombrare il campo da qualche moralismo che opacizza la lungimiranza spirituale e costringe le aspettative in un orizzonte ristretto.

In particolare il moralismo della falsa umiltà. Umiltà è spesso una virtù caricaturizzata. L’umile biblico è il povero, lo sappiamo, colui che viene sopraffatto dalle necessità elementari, sopraffatto dai più potenti e spesso oggetto di ingiustizia. Nella storia della spiritualità il concetto di umiltà si raffina. Già etimologicamente il termine italiano viene fatto derivare da humus, la terra. Ma non la terra qualsiasi, la strada, la roccia. Humus è la terra fertile. L’umiltà è la virtù che ci consente di essere fecondi mentre, come l’humus, siamo poveri, piccoli, fatti di terra, semplici, accoglienti.

Nel vangelo Gesù adotta l’immagine del bambino per mostrare in che modo funziona l’umiltà. Dalla logica del bambino possiamo imparare, per esempio, quello che costituisce la base delle aspettative dell’umile. Tutti noi da bambini, molto piccoli, abbiamo il ricordo di come si comportavano i nostri genitori quando facevamo per loro un disegno oppure più tardi a scuola i regalini di Natale. Prendevamo i colori, disegnavamo uno sgorbio su un foglio di carta, lo mostravamo a papà e a mamma e loro sorridenti e felici esclamavano. “Quanto è bello! Bravo!”. E il bambino, tutto gongolante, riprendeva a disegnare, felice del complimento, felice di sentirsi dire che era stato bravo.

Ecco, vorrei che i bambini ci insegnassero questa semplice, grande verità, che tutto il bene che noi possiamo fare e facciamo nella nostra vita è appena uno sgorbio su un foglio di carta. Non possiamo essere orgogliosi di quello che pur con tanta buona volontà abbiamo compiuto chiamandolo bene o amore; o addirittura di quello che, a volte barando un po’, definiamo il nostro servizio ecclesiale… Possiamo essere orgogliosi solo se Dio ci dice: bravi!

In effetti la gloria del Paradiso è più o meno così. La gloria del Paradiso è più o meno Dio al quale porteremo gli sgorbi di bene fatti durante la nostra vita e lui, come un Padre, come una Madre, li guarderà e sorridente e felice ci dirà: “Quanto è bello! Come hai fatto bene! Bravo!”. La nostra gloria. Sentirci dire da Dio: bravo! e vederlo sorridente e felice per quello che a noi sembra un capolavoro e che in realtà è appena uno sgorbio su un foglio di carta.

Per completezza: mia madre mi ha recentemente restituito un quaderno che lei conservava da oltre 50 anni e di cui io avevo perduto memoria, con qualche mio disegno e qualche mio scritto. In Paradiso Dio sta conservando gelosamente giorno dopo giorno gli sgorbi di bene della nostra vita e al momento giusto li tirerà fuori dal cassetto.

Se le nostre aspettative rispetto al futuro non si fondano sull’attitudine al servizio, ad essere buoni-a-servire, con umiltà, con semplicità sono destinate ad essere aspettative di fallimento non di successo. Anzi, permettetemi una considerazione piuttosto rude: se qualcuno non ritrovasse in sé questa attitudine al servizio sul modello di Cristo, Servo di Jahvè, dovrebbe seriamente riconsiderare la propria vocazione cristiana e ministeriale e chiedere aiuto.

… con fatica, impegno e creatività

Vorrei però sgombrare il campo da un altro moralismo, quello che riguarda la falsa vanità. Troppo spesso si associa la vanità al vestire, come cifra dell’apparire, o a ciò che è stato chiamato “carrierismo”. Vedete, coloro che amano apparire, che amano vestire come gigli del campo purché firmati Armani, non sono vanesi. Sono ridicoli, ridicoli senza accorgersene. Il diavolo, che come si sa manca di senso del ridicolo e teme chi ride di lui, non permetterà mai ai ridicoli di rendersene conto. Anzi, li incoraggerà a seguire le mode e a uniformarsi al piacere comune. No, non è questa la vanità. È ridicolaggine, non vanità.

Oppure il “carrierismo”. Il mondo è pieno di persone che amano potere e denaro. Qualche volta sono persino persone che sanno fare bene il loro lavoro. Ma quanto sia grande stoltezza inseguire una “carriera” è tutta nell’etimologia della parola: carriera (francese antico carrière) dal latino carraria (via), cioè via, strada per carri. Una strada spaziosa per consentire il passaggio veloce dei carri. Esattamente il contrario della strada angusta e difficile che pochi trovano di cui leggiamo nel vangelo (Mt 7,13-14). Inseguire una “carriera”, salire e scendere dai carri per ritrovarsi su un carro più bello e più grande… quanta pochezza, quanto tempo perso… quanto deve essere piccolo il mondo interiore della persona in “carriera”, sulla strada larga. Ma nemmeno questa è vanità. È stoltezza, non vanità.

Vanĭtas deriva dall’aggettivo latino vănus, che significa: vuoto, privo di contenuto, inutile, inefficace, inconcludente, privo di effetto. Per comprendere appieno il suo significato torno al mio esempio precedente del bambino.

Quell’esempio è una banalità al confronto delle parole del Signore. Nel discorso escatologico di Matteo noi incontriamo la parabola dei talenti. Tutti ricordiamo in che modo il padrone si rivolge al primo servo che gli riporta i cinque talenti raddoppiati: “Bene, servo buono e fedele, sei stato fedele nel poco, ti darò autorità su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone” (Mt 25,21). Nel vangelo di Luca la parabola delle mine ci offre una versione leggermente diversa delle parole del Signore: “Bene, bravo servitore; poiché ti sei mostrato fedele nel poco, ricevi il potere sopra dieci città” (Lc 19,17). Entrambi però concordano sul concetto di fondo: il servo è stato bravo, si è comportato fedelmente e ha fatto bene il compito assegnato; per queste ragioni il servo merita un premio, partecipare alla gioia del suo padrone e ricevere mansioni più importanti.

Esattamente il contrario del servo rimproverato. Matteo nel descrivere il rimprovero riporta l’espressione: “Servo malvagio e infingardo” (25,26). Anche Luca è d’accordo nel sostenere che quel servo sia malvagio (Lc 19,22). I due aggettivi – malvagio e infingardo – descrivono bene il significato della vanità, del vuoto, dell’inutilità, dell’inefficacia.

Malvagio è tradotto dal greco πονηρός radicato nel sostantivo πόνος, che esprime la fatica, il lavoro gravoso, quindi sofferenza, pena. Siccome il lavoro gravoso, la fatica, danno sofferenza e pena vengono considerati dannosi, nocivi. Da qui, con una evoluzione morale del termine, portatori di male, malvagi. Il malvagio della parabola è uno che per il suo padrone si è dimostrato solo una fatica al punto da diventare per lui una sofferenza ed essere considerato alla fine anche un danno. Il servo vuoto, inutile, inefficace che non ha dato gioia al padrone ma solo pena viene privato di ogni beneficio; la sua punizione è quella di essere ancora più vuoto.

Solo in Matteo leggiamo che il servo malvagio è pure infingardo. Questo secondo termine proviene dal greco ὀκνηρός, aggettivo derivato dal sostantivo ὄκνος il cui significato è esitazione, timore, riluttanza, indugio. Perciò ὀκνηρός significa originariamente colui che è preso da esitazione, che indugia, che è restio a fare qualcosa. Anche qui avviene una evoluzione morale del termine: ὀκνηρός identifica un personaggio esitante, pigro, indolente. Il servo della parabola, pur avendo un lavoro leggero e potendo persino affidare il denaro ai banchieri, è stato restio ad impegnarsi. Ancora una volta ha dimostrato di essere vuoto e inconcludente, non avendo contribuito in nessun modo ad accrescere il patrimonio del padrone che gli aveva dato fiducia.

Questa è propriamente la vanità. Ricevere una grande missione, come quella cristiana, o essere investiti di un qualche compito e dimostrarsi dannosi e inutili, vuoti.

Anche qui permettetemi una considerazione finale un po’ rude. A volte si è sentito dire che la vita della Chiesa non è tutta azione. Se intesi nel senso giusto, però, la vita della Chiesa non è nemmeno inerzia ma fatica e impegno. Così se qualcuno si rendesse conto di aver aderito alla fede o di aver abbracciato una vocazione sentendosi un po’ privilegiato e quindi esonerandosi dalla fatica, dall’impegno, dalla creatività dovrebbe fare un serio esame di coscienza.

Fedeli? Sì, purché liberi e autorevoli

Quel che stupisce nel servo malvagio e infingardo della parabola è quel suo atteggiamento di rinuncia ad uno slancio che sa di rischio, quel suo modo di ricercare una sicurezza difendendo il suo piccolissimo mondo. Non così i servi che hanno ottenuto qualche risultato. Di loro il padrone loda la fedeltà nel poco. Facilmente siamo spinti a credere che quel poco sia costituito dai beni da trafficare, e nella logica del testo si tratta di una interpretazione coerente.

Tuttavia ad uno sguardo approfondito il poco a cui i servi capaci sono restati fedeli assume ben altro spessore. Cerchiamo di immaginare la scena. Concentriamoci sui personaggi. Da una parte il padrone ricco, agiato. Dall’altra alcuni servi, poveri, praticamente nullatententi. Da una parte il padrone ricco, agiato, totalmente libero e potente. Dall’altra alcuni servi, poveri, praticamente nullatententi, senza libertà e senza autorità.

Nel poco che il padrone mette a disposizione dei servi non vi è soltanto qualche bene materiale. Dentro quel poco vi è soprattutto una possibilità inedita per i servi, la possibilità di partecipare alla libertà e all’autorità del padrone. Libertà e autorità derivati, non nativi, certo, ma in ogni caso reali. Si tratta di un poco che di per sé contiene molto, moltissimo. Alla luce di questo moltissimo la figura del servo fannullone appare in tutta la sua drammatica mediocrità: il servo fannullone ha rinunciato di fatto ad assaporare per la prima e forse ultima volta nella sua vita la libertà e l’autorità che ne deriva.

E qui è necessaria una considerazione sul testo. La partecipazione alla libertà e all’autorità del padrone quando produce frutto viene lodata come fedeltà: il servo buono è chiamato πιστός, tradotto con fedele. La radice da cui proviene l’aggettivo è molto ricca. Il verbo πείθω che la condivide si traduce con persuadere, convincere, indurre a fidarsi. La fedeltà è una qualità intrinseca della persona, che precede lo stesso atto di fiducia, ma che si riconosce solo dopo averne dato prova.

πιστός (participio verbale/formazione aggettivale) è quindi collegato all’idea di essere persuaso, essere fidato, essere affidabile. Tra i servi alcuni erano ben persuasi di aver ricevuto non solo qualche bene materiale da trafficare, ma soprattutto la libertà di agire in modo autonomo e creativo e l’autorità da perfezionare con l’autorevolezza tramite il loro servizio. Questo secondo aspetto è così essenziale che il padrone non gradisce il comportamento del servo fannullone, nonostante gli venga restituito il poco che aveva messo a sua disposizione. Benjamin Franklin, forse ispirato dalla parabola del vangelo, ebbe a dire: “Chi rinuncia alla libertà essenziale per comprare un po’ di sicurezza temporanea non merita né l’una né l’altra”.

La fedeltà impone quindi la libertà interiore, impone l’autorità che deriva dall’autorevolezza conquistata nel servizio. Libertà e autorevolezza che non possono mai lasciare posto a servilismo e a quieto vivere. Nella Chiesa meno che altrove. E se dovessi tirare le somme direi, sempre in modo rude: non è adatto alla missione cristiana chi non è libero interiormente, anzitutto da se stesso, e chi non è capace di esercitare l’autorità in termini evangelici, cioè con l’autorevolezza della buona notizia.

Attendere il giudizio

Dunque, parlando delle aspettative del futuro abbiamo cercato di sgomberare il campo da due moralismi – uno riguardo l’umiltà e l’altro riguardo la vanità – per scoprire che in definitiva ciò che conta è servire con umiltà, semplicità, impegno, in modo efficiente, efficace e creativo.

Cosa si attende dunque il servo che ha servito bene? Per sé nulla. Gesù è esplicito e non ammette repliche: “Così anche voi, quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: Siamo servi inutili (ἀχρεῖοι δοῦλοι ἐσμέν). Abbiamo fatto quanto dovevamo fare” (Lc 17,10). Dove ἀχρεῖοι significa non tanto senza valore o da buttare via, quanto senza diritto di ricompensa (χρεία = utilità, bisogno, necessità). Importante saperlo e ripetercelo sempre. Tutto è grazia, non possiamo far valere nessun presunto diritto nei confronti di Dio. Soprattutto non possiamo illuderci che con i nostri sgorbi di bene siamo noi a “salvare il mondo”. Tutto è grazia!

Ma allora, cosa deve, cosa può attendersi il servo che ha servito bene? Sono le nostre aspettative a plasmare il nostro futuro, ma è anche il nostro futuro a nutrire le aspettative.

Ho cercato spesso di darmi una spiegazione circa uno dei novissimi, il giudizio. Con quello sdoppiamento tra giudizio particolare e giudizio universale. Ho trovato convincente una esperienza che feci andando a teatro e che mi aiutò anche a capire cosa voglia dire “attendersi qualcosa”, le aspettative che plasmano il futuro, la ricompensa.

Gli attori avevano finito di recitare. Il sipario si chiuse e scattò l’applauso. Quando si riaprì erano tutti in fila e l’applauso crebbe un poco. Poi ad uno ad uno si presentarono gli interpreti principali e a ciascuno venne tributato un applauso, più o meno forte a seconda del gradimento della recitazione. Infine vennero regista, scenografo ed altri e ricevettero pure loro una dose di applausi.

La scena di questo mondo ci vede come attori in un teatro. Alla fine della nostra rappresentazione Dio, il Paradiso ci applaudiranno, in misura maggiore o minore in base alla nostra performance. Anche l’insieme riceverà il suo applauso. O i suoi fischi. Perché non c’è la certezza che la singola performance renda migliore la performance globale. Paradossalmente, come a teatro, un singolo attore della storia può aver recitato benissimo ma lo spettacolo di questo mondo potrebbe essere stato ugualmente un fiasco.

Cosa si aspettano gli attori? La loro ricompensa è sì nel loro cachet; ma sarebbe un cachet amaro se non seguissero l’apprezzamento della critica e l’applauso del pubblico.

L’avvento ci ricorda – ogni anno – che Dio attende che passi la scena di questo mondo per poterlo applaudire. Per applaudire ciascuno di noi.

Senza l’attesa di questo applauso, dell’applauso di Dio perderebbero gusto anche le nostre migliori intenzioni. E anche se qualcuno singolarmente ricevesse l’applauso di Dio, sarebbe ugualmente un applauso un po’ amaro se lo stesso applauso non fosse tributato all’insieme.

Sapere che c’è un giudizio sulle nostre azioni e sull’intera storia è davvero salvifico. Significa che possiamo dare un peso, un senso a ciò che facciamo: una giornata passata sui libri, la preghiera silenziosa, l’assistenza a un malato, un atto di obbedienza; significa che nessuno di noi è “inutile” nella scena di questo mondo; significa che esiste la possibilità concreta di far piacere a Dio e al Paradiso.

Mi chiedevo all’inizio di questa seconda meditazione se il contenuto delle nostre aspettative fosse un contenuto valido. Possiamo forse provare a rispondere ora. Abbiamo compreso che il contenuto sbagliato delle nostre aspettative, contenuto che potrebbe plasmare un futuro di fallimento, sta nel non avere una profonda attitudine al servizio, nel non impegnarci con umiltà e creatività, nel non essere liberi e fedeli. Il contenuto valido, invece, l’unico contenuto valido delle nostre aspettative di un futuro di successo, è quello di essere liberi, di servire, impegnarci, essere creativi per sentirci dire da Dio “bravo, servo buono e fedele!” accompagnato da un applauso al quale ci inchineremo riconoscenti.