Mutazioni genetiche della sanità di Roma e fenotipi ecclesiali

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L’incontro di inizio anno della Pastorale della Salute di Roma si è svolto l’11 ottobre nella Basilica di Santa Croce in Gerusalemme (link). La felice coincidenza con la data di apertura del Concilio Ecumenico Vaticano Secondo (11 ottobre 1962) mi fa sperare in un nuovo avvio.

Obiettivo della Pastorale della Salute per il 2025-2026 sembra riguardare la formazione. Ma ascoltando le parole degli intervenuti mi è sembrato fosse la classica punta dell’iceberg.

Sia il Vicario Episcopale, Mons. Manto, sia il dott. D’Alba, direttore generale dell’azienda ospedaliera universitaria Umberto I e presidente nazionale di Federsanità – Anci, hanno evidenziato che nella sanità romana qualcosa sta cambiando o è già sostanzialmente cambiato.

Manto ha messo in evidenza i pericoli della trasformazione della sanità. La crisi demografica e le riforme pensionistiche fanno presagire il ripiegamento dell’assistenza universalistica sull’assistenza assicurativa. Del resto già oggi il Servizio Sanitario Nazionale, con 21 sistemi regionali diversi, si dovrebbe piuttosto chiamare Servizio Sanitario Regionale. Con la conseguenza chiara di livelli di assistenza differenti,  di serie A, di serie B e forse anche di serie C.

D’Alba ha rilanciato una visione, la vera sfida della sanità del futuro: garantire la presa in carico territoriale. Poiché le fragilità del sistema, dalla carenza di fondi alla carenza di personale, sono note, la proposta è quella di coinvolgere più “attori” – aziende sanitarie, enti locali, terzo settore, diocesi, parrocchie, centri sportivi – per costruire reti territoriali: una sorta di “medicina di iniziativa“.

Ora, chi ha la sventura di seguire questo blog troverà che non si tratta di cose nuove. Da quasi 13 anni pubblico pensieri ad alta voce sullo sviluppo che dovrebbe attendere la Pastorale della Salute, spesso affezionata a modelli di sanità pubblica e privata ancorati ad una prospettiva passata, mentre attualmente vi sono inequivocabili segnali di una mutazione genetica in corso. Per ulteriori approfondimenti rimando alla lettura dei numerosi articoli correlati.

Qui mi preme sollecitare una riflessione dei Responsabili e offrire un modesto contributo propositivo. La Chiesa, che per secoli è stata all’avanguardia nella creatività della cura dei malati e dei poveri, rischia oggi di soccombere sotto il peso della sua storia bimillenaria incapace di cogliere l’opportunità di alleanze e di novità in corso. La storia bimillenaria dimostra che non è impossibile coniugare la Chiesa orante e credente con la Chiesa missionaria e caritativa. Non è impossibile coniugare la mistica con le opere, il credo con il sociale. I fenotipi ecclesiali non sono il rinnegamento del proprio genoma spirituale; devono invece essere in grado di esprimere quest’ultimo all’interno di un ambiente che ribolle di trasformazioni.

Ciò che evidentemente occorre alla Chiesa contemporanea è un rinnovato slancio creativo. Con la consapevolezza delle ricchezze del passato, si può guardare il futuro impegnandosi a costruirlo fin d’ora.

La proposta, allora, riguarda esattamente il governo di tale rinnovato slancio creativo. Torno su un concetto che ho già espresso in altri termini. Occorre aprire un “cantiere sinodale” che veda coinvolti cappellani sanitari, parroci, operatori laici, personale sanitario. Con tipiche modalità “seminariali” (nessuna lezione, nessun pregiudizio, nessun vincolo) è necessario tracciare le linee guida della collaborazione in una nuova Pastorale della Salute utili a tutti gli attori per creare una rete territoriale.

Come sempre la parola chiave è servire. Anche oggi la Chiesa è chiamata a servire la persona umana. Ma non quella di due secoli fa, né quella che esiste solo sui manuali di teologia. La persona umana, quella che vive, che si ammala, che chiede aiuto nelle strade e nelle case della Roma del nostro tempo.