Pace evangelica e categorie geopolitiche. Lettera aperta al Cardinal Reina
Al Cardinal Baldo Reina
Vicario Generale di Sua Santità Leone XIV
per la Diocesi di Roma
Eminenza Reverendissima,
insieme ad alcuni amici, sfruttando le potenzialità dei social, siamo stati in grado di raccogliere donazioni di materiale sanitario e per l’infanzia da destinare alla popolazione ucraina. Complessivamente abbiamo superato un controvalore di 10.000 euro. Abbiamo inviato latte in polvere, garze, siringhe e quanto altro donato da centinaia di persone alle famiglie in stato di bisogno e agli ospedali che devono far fronte all’emergenza della guerra di invasione subita dall’Ucraina colpevolmente aggredita dalla Federazione Russa.
La pace evangelica, ne sono convinto, segue anche la strada di certe parabole, di certi esempi che hanno un carattere universale e non richiedono molte spiegazioni. Penso in questo momento al gesto del buon samaritano che vede la persona ferita e se ne prende cura, senza chiedersi chi sia, cosa abbia fatto di male o di bene e per quale ragione si trova in quello stato.
Così hanno fatto coloro che hanno donato e continuano a donare per la campagna #EccomiQui per l’Ucraina 2025 (link alla wishlist). Approfitto di questa lettera aperta per ringraziarli di nuovo. Insieme al loro contributo non posso però dimenticare quello prezioso del personale e dei pazienti psichiatrici della Struttura dove la Diocesi di Roma mi ha inviato ad esercitare il ministero. È stato confortante vedere con quanto generoso impegno si sono prodigati per accogliere le donazioni e per catalogarle in previsione dell’invio e dello sdoganamento. A tutti vada il riconoscimento grato dell’offerta volontaria del loro tempo e della loro fatica.
A questi amici – e sono davvero tanti – sono debitore di una trasparenza assoluta, che non ammette nessun tipo di ambiguità.
Per questa ragione non posso nasconderle di trovarmi in imbarazzo con la Diocesi di Roma a causa di alcune scelte che possono apparire a prima vista non del tutto comprensibili.
È notizia di ieri, 15 dicembre, che lei sia intervenuto alla presentazione della rivista Limes dedicata a Roma. La redazione della rivista e il suo fondatore, Lucio Caracciolo, insieme al Centro Missionario Diocesano di Roma svolgono il corso di formazione missionaria 2026 dal titolo La rivoluzione mondiale.
La scelta della Diocesi è caduta sulla collaborazione con un think tank che esprime, tra le altre discutibili posizioni, una posizione apertamente anti-ucraina, per restare in tema. Lo ricorda Federigo Argentieri, professore di scienze politiche e direttore del Guarini Institute for Public Affairs della John Cabot University, che ha fatto parte della redazione di Limes fino a poco tempo fa. Dal 2004 – dice il professore – dalla Rivoluzione arancione, Limes si è dimostrata diffidente se non ostile verso l’Ucraina (fonte: Adnkronos).
Non è privo di significato il fatto che ormai numerosi studiosi membri a vario titolo della rivista stanno abbandonando Limes: oltre il citato Federico Argentieri si devono ricordare Franz Gustincich, Giorgio Arfaras e Vincenzo Camporini. Tutti in aperto dissenso con le posizioni anti-ucraine della linea editoriale, la quale esprime una politica che non sostiene i principi del Diritto Internazionale (V. Camporini) e ha vista compromessa l’accountability di Lucio Caracciolo in diverse occasioni (F. Argentieri).
La Diocesi di Roma è certamente libera di collaborare con chi preferisce, persino con chi non sostiene i principi del Diritto Internazionale e con chi dimostra una scarsa accountability.
Può destare qualche perplessità il fatto che per la formazione missionaria ci si rivolga a soggetti che esprimono posizioni ben chiare di una lettura geopolitica senza nessun tipo di confronto con posizioni diverse. È metodologicamente sbagliato, ma pure questo rientra nelle scelte che si possono fare. Ovviamente esponendosi a qualche critica difficile da ribattere.
Restano da comprendere due cose, Eminenza: quale posizione assume la Diocesi verso il conflitto russo-ucraino e di quale tipo di pace la Diocesi di Roma vuole che siano operatori i suoi missionari.
La prima mi interessa particolarmente. Le persone che ho coinvolto nella raccolta di beneficenza per l’Ucraina si domandano se la posizione della Diocesi di Roma è rappresentata da quella della rivista Limes. Cioè apertamente anti-ucraina. La sequenza di scelte che ha visto Lucio Caracciolo sempre più impegnato in conferenze e in formazione, per preti e per missionari, organizzate dalla Diocesi di Roma fa ipotizzare che sì, la Diocesi di Roma esprime una posizione anti-ucraina e desidera che la sua formazione rispecchi le convinzioni geopolitiche di Limes e di Lucio Caracciolo e solo le loro. Personalmente non condivido le posizioni di Limes e di Lucio Caracciolo, quasi nessuna. Se la Diocesi di Roma avesse scelto di abbracciare quella loro linea mi troverei in grave imbarazzo, a titolo personale e ovviamente nei confronti dei tanti che sostengono la campagna #EccomiQui per l’Ucraina 2025. In questo senso una sua parola chiarificatrice sarebbe la benvenuta.
La seconda cosa si apre più ampiamente al tema della vision della Diocesi di Roma circa (anche) il suo impegno missionario. Il Direttore del Centro Missionario, padre Giulio Albanese, ritiene opportuno chiedere a Limes e a Lucio Caracciolo di condurre un corso di formazione sulla rivoluzione mondiale “per la sua capacità di offrirci strumenti utili a comprendere e discernere quanto sta accadendo oggi sul complesso palcoscenico internazionale“. Premesso che almeno quattro collaboratori di Lucio Caracciolo si sono dimessi per via delle difficoltà riscontrate circa il suo mancato sostegno del Diritto Internazionale e circa la sua personale accountability, ci si deve chiedere se gli strumenti utili a comprendere e discernere siano impiegabili nell’annuncio evangelico. Cosa che non si può escludere a priori, in presenza di una vision già predisposta (il fine) nei confronti della quale comprensione e discernimento si pongono come strumenti (i mezzi). Nello specifico la pace di cui la Diocesi di Roma vuole siano evangelicamente operatori i suoi missionari quali caratteristiche ha?
Ricordo in proposito, e cito nuovamente, le parole di San Paolo VI: non si può legittimamente parlare di pace “ove della pace non si riconoscano e non si rispettino i solidi fondamenti: la sincerità, cioè, la giustizia e l’amore nei rapporti fra gli Stati e, nell’ambito di ciascuna Nazione, fra i cittadini tra di loro e con i loro governanti; la libertà, degli individui e dei popoli, in tutte le sue espressioni, civiche, culturali, morali, religiose. Altrimenti, non la pace si avrà – anche se, per avventura, l’oppressione sia capace di creare un aspetto esteriore di ordine e di legalità – ma il germinare continuo e insoffocabile di rivolte e di guerre… Pace non è pacifismo, non nasconde una concezione vile e pigra della vita, ma proclama i più alti ed universali valori della vita; la verità, la giustizia, la libertà, l’amore” (link).
Pace non è pacifismo, Eminenza Reverendissima, e so che lei condivide in pieno le parole del Santo Papa. Sono certo che con la vision proposta dal messaggio di pace di Paolo VI sia possibile una formazione dei missionari della Diocesi di Roma che sarà in grado di far distinguere loro la pace di cui si può legittimamente parlare dalla pace “basata su una falsa retorica di parole, bene accette perché rispondenti alle profonde e genuine aspirazioni degli uomini, ma che possono anche servire, ed hanno purtroppo a volte servito, a nascondere il vuoto di vero spirito e di reali intenzioni di pace, se non addirittura a coprire sentimenti ed azioni di sopraffazioni o interessi di parte” (ivi).
Mi sarà di grande aiuto conoscere il suo pensiero in proposito per continuare, come posso e come so fare, il mio impegno di pace.
Al tempo stesso mi è gradita la circostanza per rivolgerle un cordiale augurio di Buon Natale del Signore e di Felice Anno Nuovo.







