Caro Papa, è una questione delicata: si tratta della formazione del clero

Ultimo aggiornamento: 7 maggio 2017

Intervento di d. Ugo Quinzi
all’incontro di S.S. Giovanni Paolo II
con il clero romano

S. Pietro, 13.2.1997

Beatissimo Padre,

mi chiamo Ugo Quinzi e sono Vicario Parrocchiale di S. Paola Romana alla Balduina. Sono diversi i temi che mi sarebbe piaciuto sottoporre all’attenzione di Vostra Santità con una certa ponderazione. Invece posso accennarne appena uno senza pretese di approfondimento.

Si tratta della delicata questione della formazione del clero. Sappiamo tutti quanto stia a cuore a Vostra Santità questo particolare argomento, perché esso si colloca nel cuore stesso della chiesa. Mi consenta di esprimere al riguardo una opinione franca e, evidentemente, tutta da verificare.

Mi sembra infatti che nell’attuale panorama dei grandi sforzi che la chiesa sta compiendo per adeguare il proprio cammino al passo con i tempi, uno dei punti forse maggiormente da potenziare sia costituito proprio dalla formazione all’ordine sacro, sia quella seminaristica che quella denominata “permanente”.

L’identità e la spiritualità del sacerdote secolare, pur essendo stata oggetto di studio fin da epoche remote, ormai da diverso tempo sembra essersi fermata a modelli che non sempre possono rispondere alle esigenze di un mondo contemporaneo che esige, da parte del ministro della chiesa, di ridisegnare anche il proprio ruolo in base al rapido mutamento della percezione che la società ha della sua figura e della sua missione. Si sente spesso lamentare, per esempio, che il presbitero non rappresenta più una persona significativa all’interno del panorama sociale. Non completamente, ma in parte questo è vero. Ma, mi vien fatto di chiedere, lo è solo perché i fedeli, o i cosiddetti lontani, possiedono una fede tiepida, o anche perché l’immagine che il sacerdote offre di se stesso non sembra loro “appetibile”, quasi apparisse fuori dagli standards della realtà quotidiana che i laici si trovano a vivere?

La formazione filosofico-teologica non mi sembra che possa costituire, in questo quadro, l’unica risposta che la chiesa è in grado di dare. Accanto a tale indispensabile formazione, credo sia indispensabile, sempre a titolo di esempio, un complemento attraverso il ricorso a discipline più strettamente umane. Si dice, giustamente, che il sacerdote è un “maestro” per il suo popolo. Eppure nella formazione di base sono praticamente  assenti riferimenti anche solo di massima alla pedagogia. Si dice che il sacerdote ha un incarico di “governo” verso il popolo che gli viene affidato. Ma anche qui la formazione di base non offre nessun genere di orientamento e di insegnamento. Si conviene che attraverso il sacramento della confessione e la direzione spirituale il sacerdote entra in diretto rapporto con il confidente nella sua integrità personale, morale, spirituale e psichica. Tuttavia nei curricola seminaristici, a mia conoscenza, non sono proposti sistematici approfondimenti sulla psicologia, che potrebbe costituire un valido supporto per la comprensione di problemi e di meccanismi importanti al fine di aiutare le persone ad incontrare Dio.

Altrettanto forse andrebbe detto a proposito della “formazione permanente”. È realmente necessario, in quella formazione, tornare su questioni squisitamente teologiche e pastorali, che per ben sette anni di studio dovrebbero essere state affrontate e sviscerate, oppure potrebbe rivelarsi anche utile fornire ai sacerdoti nei loro primi anni di ministero gli strumenti idonei a superare l’ansia e lo stress che sembrano costituire il comun denominatore della vita contemporanea, e da cui nemmeno i presbiteri sembrano esclusi? O gli strumenti indispensabili per un corretto rapporto con il crescente bisogno di comunione tra presbiteri e presbiteri e laici? O quelli indicati per entrare in relazione con la cultura dei nostri giorni, rifiutando così di lasciarsi confinare da quella stessa cultura all’interno di steccati e pregiudizi o incomprensioni?

Beatissimo Padre, mi scuso di non avere da offrirle altri che problemi, per i quali non sono fornire soluzioni convincenti. Ma sono convinto che già nel prendere atto dell’esistenza di tali problemi si possa compiere il primo passo verso la loro soluzione. Sono convinto del resto che la Vostra Santità saprà indicarci la via più giusta per affrontare l’intera questione, nella prospettiva del nuovo millennio cristiano.

Grazie dell’attenzione e ci benedica, carissimo Padre.

La storia dell’intervento

Per alcuni anni, dal 1992 al 1996, ero andato all’incontro del Papa con il clero romano tradizionalmente posto all’inizio della quaresima. Prima del discorso del Papa si lasciava la possibilità ai presenti di intervenire liberamente. Alcuni recitavano poesie, altri ringraziavano il Papa, altri esprimevano voti augurali.

Il mio Parroco non andava più da tempo. Diceva che parlavano sempre i soliti e prima di salutarci mi annunciava anche i temi che avrebbero affrontato. Al 90% ci prendeva su tutto. Così mi ero quasi convinto a fare come lui.

Nel 1997 presi la decisione di andare all’incontro solamente il giorno prima. Perciò scrissi l’intervento di getto, con pochissimo tempo per rileggerlo e limarlo. E si vede! Ne feci due copie e me le misi in tasca.

Allora erano ancora possibili gli interventi liberi. Arrivati, bastava prenotarsi e attendere.

Venne il mio turno e lessi la pagina che avevo preprata. Fui quasi tentato di saltare due paragrafi e nell’originale li segnalai. Poi leggendo ci ho ripensato. Si fece silenzio nella Sala. Terminato l’intervento il segretario particolare del Cardinal Vicario, Mons. Parmeggiani, mi rincorse tradendo un po’ di agitazione e mi chiese la copia che avevo letto.

“Non si sa mai… è per via dei giornalisti”, mi disse. Tirai fuori quella che avevo in tasca e gliela diedi.

Il Papa fece il suo fervorino (fonte) nel quale parlò di formazione permanente e di laici e l’assemblea fu sciolta. In piazza San Pietro incrociai un signore trafelato. “Sono un giornalista. Lei stava all’incontro col Papa?” chiese. Risposi di sì. “È vero che il Papa è stato contestato? Cosa è stato detto?”. Sgranai gli occhi. “Contestato il Papa? Ma cosa dice? A me non risulta proprio”. Salutò frettolosamente e si perse nel fiume degli altri preti.

Sabato 15 febbraio 1997 l’Osservatore Romano pubblicò una sintesi degli interventi (scarica pdf), tra cui il mio.

A me nessuno disse più nulla. Tutto continuò come prima. E quando nelle riunioni tra preti cercai di sollevare il tema, venni cortesemente ignorato.

Ormai io pure partecipo sempre più raramente a questo genere di occasioni.