“Et dimitte nobis debita nostra”: il magistero dice di non pagare i debiti?

Questo post è la risposta all’articolo di Valentinetti, vescovo di Pescara-Penne, comparso su Avvenire del 16/02/18 dal titolo: “Conti italiani. Un’operazione-verità sul debito pubblico per ottenere giustizia“. Prima della pubblicazione nel blog, il 17/02/18 è stato inviato via mail al Direttore Marco Tarquinio.

Ringrazio tutti coloro che leggendolo in bozza mi hanno dato utili suggerimenti e confortato con il loro parere.

 

Contatore del debito pubblico (Stazione Centrale di Milano, su iniziativa dell’Istituto Bruno Leoni)

Caro Direttore,

ho letto su Avvenire l’intervento del vescovo Valentinetti riguardo al tema del debito pubblico italiano e mi sono deciso a dare anch’io una risposta da inesperto, qual sono. Con il vescovo Valentinetti, che non conosco di persona, condivido infatti provenienza dallo stesso luogo di formazione (Collegio Capranica) e studi nella stessa università Gregoriana (lui Sacra Scrittura, io Teologia Spirituale).

Trattandosi di “operazione-verità sul debito pubblico” italiano credo si debba essere onesti fino in fondo. Perciò posso anticipare che, pur nel doveroso rispetto delle parole del vescovo, mi trovo in disaccordo con lui su alcuni punti qualificanti. Citando le espressioni di un partecipante al Convegno dal titolo “La questione del debito globale“, Valentinetti ricorda che alla base dell’impennata del debito italiano nel decennio 1981-1991 vi è stato il (presunto) “avvento della dottrina liberista” culminata con il “divorzio” tra Ministero del Tesoro e Banca d’Italia.

Beniamino Andreatta

Occorre precisare che l’operazione fu decisa dall’allora Ministro Beniamino Andreatta, democristiano la cui storia personale e politica precedente e successiva ha dimostrato ampiamente non essere un pericoloso liberale nemico della società, ma economista avveduto e politico tutt’altro che piegato ad interessi di parte, capace persino di opporsi al Vaticano, come fu per lo scandalo IOR, e di schierarsi con l’ala progressista della disciolta DC giungendo ad ideare L’Ulivo.

Carlo Azeglio Ciampi

Con Andreatta si trovò d’accordo l’allora Governatore della BdI, Carlo Azeglio Ciampi, nemmeno lui propriamente un liberale, avendo avuto la tessera della CGIL fino al 1980 e avendo introdotto, da Presidente del Consiglio, il sistema della Concertazione con le parti sociali.

In un articolo comparso il 26 luglio 1991 sul Sole24Ore Andreatta ricorda perché e in che modo si giunse al divorzio tra Tesoro e BdI. Era appena esplosa la crisi del secondo shock petrolifero (1979) che aveva fatto impennare il costo del petrolio del 150% e, mentre diminuiva la propensione al risparmio degli italiani, “il valore dei cespiti reali – case e azioni – aumentava a un tasso del cento per cento all’anno“. Si era agli evidenti esordi di una fase iperinflazionistica che poteva essere fronteggiata con una “stretta del credito“, ipotesi però non praticabile perché, tra gli altri motivi, la BdI “aveva perduto il controllo dell’offerta di moneta fino a quando non fosse stata liberata dall’obbligo di garantire il finanziamento del Tesoro“.

Inflazione storica Italia (fonte)

La storia successiva ha dimostrato che dal 1981 in poi l’inflazione è passata da un tasso superiore al 20% annuo fino al valore attuale. Una prima ragione della crescita del debito pubblico italiano risiede nell’allineamento dell’economia reale, bisognosa di grandi finanziamenti, a valori meno “drogati” dall’artificio dell’inflazione.

C’è anche da chiedersi perché la BdI dovesse acquistare titoli di Stato non collocati. In quegli stessi anni i titoli di Stato avevano rendimenti a due cifre, inimmaginabili oggi, quindi a rigore sarebbero dovuti essere molto appetibili ai mercati. È noto però che rendimenti particolarmente elevati sono la remunerazione di un rischio particolarmente elevato. L’Italia di allora era considerata un pessimo debitore (oggi non va molto meglio, ma l’appartenenza all’UE rappresenta una garanzia maggiore per gli investitori). La BdI acquistava debito pubblico non collocato sul mercato a prezzi inferiori a quelli di mercato perchè la sfiducia intorno alle capacità di rimborso dell’Italia faceva apparire troppo rischioso l’acquisto del debito agli investitori e quindi spingeva sensibilmente in alto gli interessi da pagare.

Rino Formica

Collocato tutto sul mercato, il debito conobbe l’esplosione degli interessi e si creò il timore intorno alla difficoltà – più o meno reale – del suo rimborso. L’ipotesi avanzata da Rino Formica, socialista allora Ministro delle Finanze, di rimborsare solo una parte del debito provocò la reazione di Andreatta “per sdrammatizzare il panico che ne sarebbe potuto seguire“. Perché è evidente che se il debitore dichiara di voler ristrutturare in qualche modo il debito, tutto ciò viene compreso dai mercati con una sola parola: default, fallimento.

In tal senso non sono pochi quelli che fanno notare che un’esperienza recente, la Grecia, pur con un’economia pari a quella del nostro Piemonte, insegna quanto possa essere devastante per un popolo il mancato rispetto del patto stipulato con i mercati. Solo a costo di enormi sacrifici sociali e di un sostanzioso aiuto della comunità internazionale si sta riacquistando la fiducia persa ed è stato possibile per la Grecia ricollocare propri titoli sul mercato.

Debito internazionale su PIL (fonte)

E qui ci avviamo alla proposta avanzata dal Valentinetti, quella dell'”Audit o indagine sul debito pubblico affinché si accerti chi ha pagato finora questo debito e chi dovrà d’ora in poi pagarlo“. C’è da dire che non è sempre chiaro nel testo chi siano i soggetti evocati dal Valentinetti, se si parli del debito dello Stato italiano o se l’orizzonte si allarghi oltre i confini nazionali. Per restare nell’ambito dell'”operazione-verità“, l’indagine sul tema del debito pubblico italiano apparirà zoppa dalla nascita, almeno fintanto che non si chiarirà non solo chi ha pagato e deve pagare in futuro, ma anche chi in passato ha beneficiato del debito stesso e in futuro continuerà a beneficiarne.

In effetti con l’appello al magistero sociale della Chiesa, Valentinetti fa un’analisi che rischia di indurre a leggere in controluce il pericolo di richieste di ristrutturazione del debito, interpretabili come default. Ritengo che non sia tale il messaggio del magistero. L’Italia ha un debito pubblico enorme ma non ingestibile e paventare l’ipotesi che siano altri a doverlo pagare è operazione ingiusta oltreché pericolosa, e non può sostenersi sulla base di citazioni di documenti estrapolate dal loro contesto.

L’Italia repubblicana ha accumulato debito dal dopoguerra in poi e nonostante l’avanzo primario il debito cresce ulteriormente e non solo per la spesa per interessi, evidenza di un utilizzo ancora miope delle risorse.

La situazione merita urgenti politiche economiche, ferme e lungimiranti con l’assunzione di responsabilità da parte di tutti gli attori sociali: si potrebbe dedicare in proposito un capitolo alla passività rappresentata dal sistema pensionistico concordatario, che vede il fondo pensioni del clero (irresponsabilmente) non alimentato a sufficienza dai contributi versati. Ad allarmare, poi, dovrebbero essere le proiezioni dello sviluppo demografico e della “bolla previdenziale” che esploderà tra circa 15 anni per l’ingresso in quiescenza della generazione dei baby boomers.

Pensare di risolvere il debito pubblico italiano con una ristrutturazione che annullerà la credibilità creditizia dell’Italia è del tutto fuori della storia. Renderebbe impossibile o ancora più oneroso il ricorso futuro ai mercati e creerebbe un fronte di povertà, relativa e assoluta, molto più vasto di quello che oggi si vorrebbe risolvere.

Se fare l’economista non è come suonare il clavicembalo o essere prete, occorre infine considerare quel che sostengono i veri esperti della materia: il problema fondamentale dell’Italia pare sì il pur gravoso debito pubblico ma ben di più la massiccia stagnazione della produttività, ormai di ventennale durata. Certamente i problemi sono concatenati e da qualche parte bisogna cominciare. Rispettare un impegno preso (pagare i propri debiti) non è così contrario alla morale cattolica, anche se costa sacrificio. Far pagare i sacrifici solo a qualcuno (i poveri) è di sicuro immorale, esattamente come creare altri poveri perché non si sono rispettati i propri impegni. Non sfugge in ogni caso che il bene omesso (la produzione mancata) rappresenta un peccato di altrettanta gravità.