Zibaldone della settimana – 12

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Mission: Impossible – Rest in peace

Il sangue alla testa deve essere freddo

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Mission: Impossible – Rest in peace

Ho trascritto qui, con qualche leggera modifica, il testo comparso oggi in un thread sul mio account Twitter.

Su alcune questioni sono altamente pragmatico e non le discuto come “valori irrinunciabili“.

Per esempio, la missione di Zuppi a Mosca.

Da un certo punto di vista è un successo personale di Francesco. Il Papa da subito si era collocato con simpatia verso Mosca, senza tuttavia essere ricambiato e senza ottenere risultati concreti.

Ricordiamo che il suo intervento privato presso l’Ambasciatore della Federazione Russa prima e la telefonata con Putin e il colloquio con Kirill dopo sono stati accolti freddamente. “Ti faremo sapere” è stata la risposta.

La diplomazia vaticana è apparsa esautorata, paralizzata, inefficace.

Il tentativo di Zuppi, che ha dato prova di essere un grande mediatore (con la “strategia della pazienza“, che spesso però fa venire il latte alle ginocchia e prende più per sfiancamento che per convinzione, come dimostrato in Mozambico), è un riconoscimento del ruolo svolto dalla Comunità di S. Egidio di cui Zuppi fa parte. La Comunità infatti si è sempre distinta nella ricerca della pace a livello mondiale.

Nessuno si faceva (e si fa) illusioni sui risultati del tentativo di Zuppi. Il suo rimpallare da Bologna in Vaticano, dal Vaticano a Kijv e a Mosca, ricorda la grande diplomazia del secolo scorso.

Con crisi senza precedenti fu Kissinger (Premio Nobel per la Pace 1973), sostenitore del “negoziato permanente“, a rimpallare da Parigi a Pechino, da Mosca a Washington, dal Medio Oriente a Hollywood. Artefice della “politica della distensione“, Kissinger non piace a tutti.

Non piace alla sinistra pacifista perché sostiene la pace fondata sull’equilibrio delle forza e favorisce Cile e Israele; non piace alla destra anticomunista che legge in lui un atteggiamento troppo conciliante con Russia e Cina.

Fare il mediatore espone sempre a critiche.

Il rimpallare di Zuppi ricorda pure l’altro grande diplomatico del secolo scorso, Casaroli. A lui si deve l'”ostpolitik” della Chiesa cattolica, l’apertura verso l’oriente comunista, la tessitura fine e discreta di rapporti interrotti da tempo.

Non da oggi si cerca il dialogo con quella parte di mondo.

Se qualcuno esterno al conflitto, o solo incidentalmente toccato da esso, si preoccupa di stabilire un ponte, un canale di comunicazione, è bene, ancorché nessuno si faccia illusioni sulla reale portata del tentativo di Zuppi.

In Ucraina ricevuto ai massimi livelli, in Russia no.

Già da solo tale fatto dice il problema con cui ha e avrà sempre da fare i conti la “strategia della pazienza“, tanto diversa dalla “politica della distensione” e tanto diversa dalla “ostpolitik“.

Resta infatti dolorosamente aperta la questione dell’urgenza di fermare deportazioni ed eccidi. Come pure resta aperta la spinosa questione della credibilità di esponenti politici e governativi indagati nelle sedi internazionali per crimini che non vogliamo nemmeno menzionare.

Ragionevolmente la Chiesa cattolica deve mantenere un profilo aperto e dialogante con tutti, evitando strappi. Zuppi è stato scelto per questo.

Zuppi è uno a cui puoi dire: “Conosco il caso di un cardinale che non ha agito per difendere la vittima di un prete e che ha abusato dei suoi poteri” e lui, senza scomporsi, ti risponde: “Vuoi che ne parliamo?“. Zuppi crede nel dialogo.

Il dialogo personale, però, non quello diplomatico; Zuppi crede nel dialogo delle strette di mano, dei sorrisi, del caffè al bar di Piazza Maggiore con i leader del Partito e del Sindacato che non entrano in chiesa dal loro battesimo.

Non so se funzionerà in Ucraina e Russia. Ma c’è da considerare che la diplomazia ufficiale ha già fallito. Magari la diplomazia casareccia, alla buona di Zuppi riesce a tenere aperti quei canali che le estemporanee prese di posizione di Francesco avevano inizialmente precluso. Se non ora, tornerà utile in futuro. Finita la guerra.

Nel frattempo occorre sostenere e non delegittimare la sua opera: con la preghiera se si è credenti, con la simpatia e con i pensieri positivi da parte di tutti.

E riaffermare diritto e giustizia per l’Ucraina, per gli oppressi, per le vittime e la condanna per i responsabili russi.


 

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Il sangue alla testa deve essere freddo

Caro Marco, hai risposto al mio tweet

Ma devo allegare immagine del tuo tweet perché il tuo profilo è lucchettato e non tutti potrebbero leggerlo.

Come te, pure io mi dico che farei fatica a trattare con persone colpevoli di cose tanto disumane.

Poi mi ricordo che per il mio lavoro ho parlato con diverse persone ree di cose irriferibili. Alcuni mi chiedono come faccia. Bah, non saprei, quando sono lì cerco sempre di non pensarci, di concentrarmi sul bene che posso fare invece che sui sentimenti di ripulsa.

E in una guerra? Cosa si deve fare?

C’è chi deve combattere. Difendersi non è come mangiare noccioline.

Difendere la propria vita, i propri affetti, la propria terra… mi sale il sangue al cervello pensando a come reagirei se qualcuno facesse del male ai miei fratelli o ai miei nipoti.

In guerra bisogna pure pensare “agli altri“. Ho visto immagini di soldati russi morti, ho ascoltato interviste di persone al fronte che non esito a definire “relitti umani“, ho visto le condizioni di vita dei civili. La mia posizione sulle responsabilità solidali del popolo russo è nota fin dall’inizio. Però tanto dolore, tanta umanità decaduta non lasciano indifferenti.

Non si giustificano le atrocità, si sente compassione per le vittime e – con i dovuti distinguo – per i carnefici. Altrimenti si perde di vista in che modo sia possibile dire, un giorno, “io non sono come loro” senza diventare farisei.

Proprio perché “non siamo come loro” da una parte rifiutiamo la rinuncia alla difesa, soprattutto dei più deboli, anche se dovesse comportare l’intervento armato; dall’altra rifiutiamo la logica della distruzione, della violenza, della sopraffazione. Ciò implica, di converso, l’adozione di una logica di dialogo.

Dialogo non si confonde con tolleranza nel senso di approvazione delle atrocità commesse. Nulla è tollerabile nell’ingiustizia. Si dialoga proprio per non aggiungere alla disumanità altra ingiustizia. Nel frattempo qualcuno lotta per difendersi. Sono due cose diverse e compossibili, l’una non esclude l’altra.

Personalmente cerco di non lasciarmi prendere dalla trappola dell’odio e del risentimento e di non sparare sul fuoco amico. Cioè di non delegittimare il lavoro finalizzato ad obiettivi simili ai miei condotto da persone con modalità diverse dalle mie.

In guerra (reale o allegorica) vince chi sa distinguere con acume amici e nemici e mantiene il sangue freddo pur nelle condizioni più estreme.

Il sangue sale alla testa a tutte le persone sane di mente, ma bisogna tenerlo freddo.