La buona battaglia della fede

Esercizi Spirituali – Figlie della Chiesa, Domus Aurea, Ponte Galeria (RM)
Omelia della memoria dei santi martiri Andrea Kim Taegon e Compagni

Letture

103 nomi costituiscono l’elenco dei santi martiri coreani la cui memoria celebriamo oggi. Per quanto le cronache parlino di un numero ben più grande, circa 10.000 credenti uccisi tra il 1700 e il 1800. Andrea Kim Taegon fu il primo sacerdote ad essere martirizzato, mentre Paolo Chong Hasang era un laico eroico. Cosa può esserci di tanto pericoloso nella dottrina cristiana al punto da spingere governanti e popoli a volersi liberare di chi la professa?

Il martirio dei santi coreani non è molto diverso da quello di tanti altri testimoni e confessori della fede, da santo Stefano in poi. Uomini pacifici vengono accusati di seguire convinzioni contrarie alle tradizioni e addirittura “folli”, provocando la reazione delle autorità. Vengono create sempre maggiori difficoltà ad una vita serena, i credenti vengono catturati come malfattori, torturati, giudicati e condannati a morte.

Naturalmente dietro il rifiuto del discepolo c’è prima ed anzitutto il rifiuto del Maestro. Già i profeti antichi avevano ben chiara questa verità: “Non hanno rigettato te, ma hanno rigettato te” dice Jahvé a Samuele, quando il popolo cercava di ottenere un re tutto suo (1 Sam 8,7). Il rifiuto di riconoscere a Dio il posto che gli spetta sia nella storia umana sia nella dimensione personale genera mostruosità. Prima tra tutte quella dell’uomo tentato di occupare il suo posto. Un proverbio antico diceva che l’uomo è come un lupo per gli altri uomini. Così accade quando l’uomo vuole diventare il dio degli altri uomini.

Esistono anche mostruosità generate da cristiani che asserviscono a sé e ai propri scopi la fede. Direi che essi rappresentano il contrario dell’essere martiri e confessori di fede. Ne abbiamo avute molte dimostrazioni nella storia lontana e in quella recente. Dalle cosiddette guerre di religione condotte “in nome di Dio” al conseguimento di benefici ed onori personali allo sfruttamento per fini economici della propria posizione nella Chiesa. Anche a livello meno elevato, nella quotidianità della vita dei credenti, si possono a volte riconoscere i segnali di mostruosità che nulla hanno a che vedere con la fede cristiana. Pensiamo per un momento a chi porta nel suo cuore il desiderio di emergere o di dominare e ritiene di soddisfarlo ingannando i suoi fratelli circa le sue reali intenzioni. “Lupi rapaci travestiti da pecore” li chiamerebbe il Signore (Mt 7,15).

Di fronte a certe storture la fede pur tentennante, quasi embrionale e tanto apparentemente “interessata” di certi credenti appare un gigante di grazia. Chi si avvicina alla fede per timore, nella speranza di ottenere un po’ di serenità e di salute per sé e per i suoi cari, mostrerà certamente una fede imperfetta, ma di sicuro non ipocrita.

San Paolo nel brano della lettera a Timoteo che abbiamo ascoltato descrive chiaramente la condizione in cui si trova chi non segue la “vera religiosità” e indica il cammino alternativo. Emerge su tutto un concetto, quello della “buona battaglia della fede”. Nulla a che vedere con le guerre di religione a cui abbiamo fatto cenno sopra. La nostra lotta, dice altrove Paolo, non è contro creature di sangue e di carne (Ef 6,12). Qui si tratta di lottare “contro” quanto c’è nell’uomo di meramente “psichiatrico” (direbbe papa Francesco).

Da una parte troviamo i “maniaci” delle questioni oziose e delle discussioni inutili. Una chiesa burocratica e una chiesa di chiacchiere accademiche non è una chiesa fedele al Cristo. Ai suoi discepoli Gesù diceva di farsi prossimo, di essere buoni Samaritani; e alcuni credenti, obbedienti alla voce del Maestro, hanno pensato che la cosa migliore fosse aprire un ufficio dove fosse possibile riempire un modulo da far pervenire allo sportello dove poi si poteva verificare il reale stato di abbandono del soggetto… e altri credenti, per essere davvero certi che i comandi del Signore fossero compresi da tutti, hanno cominciato a distinguere tra il prossimo vero e il prossimo falso, tra il prossimo più prossimo e quello meno prossimo…

Dall’altra, secondo san Paolo, incontriamo i “deviati”, quelli che hanno fatto del denaro una ragione di vita e sono stati ingannati e tentati dalla ricchezza. Badate, san Paolo non parla dei cittadini del mondo, ma di quelli della fede. Così molte nostre comunità hanno pensato impossibile proseguire sulla strada delle opere previste dalle Costituzioni o volute dai fondatori o auspicate dai vescovi, senza inventare qualche modo nuovo per procurarsi denaro. È solo un esempio, naturalmente, e forse nemmeno del tutto calzante. La lettera dice che possiamo accontentarci quando abbiamo di che mangiare e di che coprirci. L’inganno sta nel pensare che non sia possibile realizzare “opere buone” sprovvisti di denaro.

La chiamata a combattere la buona battaglia della fede riguarda queste due mostruosità sempre in agguato nella chiesa, le mostruosità dei “maniaci” e quelle dei “deviati”. Con estrema semplicità Paolo indica a Timoteo “uomo di Dio” le soluzioni: coltivare la giustizia, la pietà, la fede, la carità, la pazienza, la mitezza. Virtù da veri martiri! Ma sullo sfondo resta la figura del discepolo, “uomo di Dio”. Così si diceva di Elia (1 Re 17,24). Così si dice dei santi martiri. “Uomo di Dio” non solo perché Dio gli ha riservato una grazia speciale, ma anche perché egli vuole appartenere a Dio, essere suo. La buona battaglia della fede prevede un vincitore e un bottino ed essa sarà davvero buona se il vincitore sarà Dio e il “bottino” sarà ciascuno di noi, uomini e donne finalmente appartenenti a lui solo.