Il piede e la scuola

Dopo la pausa nataliza tra qualche giorno ricomincia la scuola. Così, su due piedi, mi verrebbe di abbandonarmi ad una grande nostalgia con un pizzico di invidia per i miei colleghi che andranno con i loro piedi a far lezione. Ma stamattina mi sono alzato con il piede sinistro (quello destro non posso poggiarlo ancora per una quaresima di giorni) e dunque non sono in vena. Però tutto sommato riflettendoci bene qualche domandina per restare con i piedi per terra bisogna farsela.

In realtà ve n’è una che mi angoscia da un po’ di tempo e riguarda la didattica. E’ adeguata? I contenuti che trasferisco ai ragazzi sono veicolati dal miglior metodo possibile? Le verifiche coinvolgono sia le conoscenze che le competenze? E poi: che tipo di verifiche? Vanno bene quelle che faccio?

Il mio passato da studente, i suoi ricordi, il metodo che utilizzavo; la mia pluriennale esperienza di insegnamento, i risultati che intendo conseguire secondo i miei parametri, i criteri che utilizzo per monitorare l’apprendimento: non sarà per caso tutto questo diventato una palla al piede che non mi consente di circolare a piede libero nell’ambiente culturale la cui atmosfera respirano le generazioni attuali?

Non si possono tenere due piedi in una scarpa, presto o tardi occorre fare una scelta. Non si può vivere nell’era più impegnativa e tecnologica che vi sia mai stata nella storia dell’umanità (occidentale) e rischiare di riproporre metodi di insegnamento e apprendimento ottocenteschi, con tanto di “regio decreto”.

Ha preso piede un nuovo modello di approccio culturale del quale la scuola, gigante con i piedi di argilla, pare non aver ancora preso coscienza. E se noi docenti vogliamo pensare che starsene a piedi caldi sia sufficiente per formare intellettualmente la nuova generazione, probabilmente ci stiamo dando la zappa sui piedi. E la stiamo dando anche ai nostri ragazzi.

L’inserto domenicale del Sole24Ore del 2 gennaio 2011 apre la copertina con questo titolo: “<<Cultural divide>>? Cambiamo testa” e un sottotitolo che è tutto un programma: “Li chiamano nativi digitali, una generazione cresciuta tra social network e wikipedia. Hanno nuove modalità di apprendimento, ma una scuola incapace di comprenderli”. Gli articoli all’interno sono veramente illuminanti. Paolo Ferri, docente di Tecnologie didattiche e teoria e tecnica dei nuovi media all’Università Bicocca di Milano afferma che i giovani attuali “frequentano gli schermi interattivi fin dalla nscita e considerano internet il principale strumento di reperimento, condivisione e gestione dell’informazione. Se per noi imparare significava leggere-studiare-ripetere, per i bambini cresciuti con i videogames vuol dire innanzitutto risolvere i problemi in maniera attiva”.

Come mettere le ali ai piedi della nostra scuola? Qualcuno potrebbe pensare che dopotutto non sia necessario cambiare molto, forse niente. Ma se i risultati finali ci dicono che qualcosa non va, forse un ripensamento è necessario.

Dalla didattica interattiva con le LIM ai libri di testo online (come già accade in alcune scuole italiane all’avanguardia), dall’ipad come quaderno di appunti al “clickers”, un software che permette all’insegnante di verificare il livello di attenzione dello studente (come avviene in via sperimentale in USA e in Italia)… tra qualche anno questi giovani saranno arrivati dietro i banchi del Ruiz. Forse addirittura con la speranza di trovare un proseguimento del lavoro iniziato nelle scuole inferiori. Penso sia necessario che i docenti siano preparati ad affrontare una sfida di adeguamento al passo della nuova generazione, che piaccia o meno.

Bisogna andarci con i piedi di piombo, è vero. Non si deve inseguire acriticamente una modernità che qualche volta è puro strumento commerciale. Allo stesso tempo non si possono privare degli stessi strumenti critici quanti sono affidati alla nostra istruzione. Correremmo il rischio di essere presi in contropiede dai nostri stessi studenti, come già in qualche caso accade: compiti svolti su internet, esercizi scambiati nelle chat, telefonini collegati in rete per lo svolgimento delle prove in classe…

Insomma, scusate la lunghezza. Il fatto di avere il piede rotto mi dà tanto tempo per pensare e non vorrei che qualcuno pensasse che penso con i piedi! L’immagine di una scuola con un piede nella fossa per mancanza di risorse ci è molto familare. Vorrei solo riflettere se noi come docenti possiamo aiutarla a non infilarci anche l’altro!

Lasciatevelo dire da uno che di piedi se ne intende.